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5 min readChapter 2

Ascesa

Una volta stabilita la legittimità papale, i Della Rovere agirono con decisione per consolidare il loro nuovo potere nella mutevole scena politica dell'Italia rinascimentale. I primi anni al vertice della Chiesa avevano assicurato alla famiglia una posizione di rilievo, ma la vera prova consisteva nel convertire l'autorità spirituale in un dominio ereditario, un'ambizione che avrebbe ridisegnato la mappa dell'Italia centrale e messo in discussione il delicato equilibrio tra le città-stato italiane in guerra tra loro.
I documenti conservati negli archivi vaticani indicano che l'ascesa al papato di Sisto IV nel 1471 fu immediatamente sfruttata per favorire i suoi parenti. Nel giro di pochi mesi, suo nipote Giuliano della Rovere fu elevato al cardinalato, una mossa ampiamente riconosciuta dai contemporanei come calcolata e rivoluzionaria. Le bolle papali e le lettere dell'epoca rivelano che Giuliano divenne rapidamente una figura dominante nel Collegio dei Cardinali. Il suo acume politico, documentato nella corrispondenza diplomatica e nei documenti di Stato, gli permise di stringere alleanze e di affermare l'influenza della famiglia non solo a Roma, ma in tutta la penisola italiana. La successiva elezione di Giuliano a papa Giulio II sarebbe diventata un momento decisivo, ma anche prima di allora il nome Della Rovere aveva iniziato ad avere un peso che andava oltre i confini dei circoli ecclesiastici.
La strategia della famiglia per consolidare il potere si estese ben oltre il Vaticano. I contratti matrimoniali, conservati negli archivi regionali, illustrano una politica deliberata di alleanze con altre famiglie nobili. Attraverso queste unioni, i Della Rovere si intrecciarono nel tessuto aristocratico dell'Italia centrale, acquisendo sia terre che legittimità. Le acquisizioni territoriali, in particolare nelle Marche e in Romagna, seguirono il modello dell'investitura papale e della nomina familiare, confondendo i confini tra amministrazione spirituale e signoria temporale.
Il progresso più significativo in tal senso avvenne nel 1504 con il ducato di Urbino. Documenti papali e atti notarili confermano che Francesco Maria della Rovere, figlio di Giovanni della Rovere e nipote di Giulio II, fu formalmente adottato da Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino senza figli. Questa adozione, finalizzata sotto l'occhio vigile della papalità, fu più di un accordo familiare: fu un colpo politico, che consolidò il controllo dei Della Rovere su un territorio rinomato sia per la sua importanza militare che per le sue conquiste culturali.
I resoconti contemporanei descrivono il palazzo ducale di Urbino come una meraviglia dell'architettura rinascimentale, con la sua imponente facciata addolcita da logge e cortili porticati. Gli inventari della fine del XV e dell'inizio del XVI secolo catalogano una ricca cultura materiale: arazzi tessuti nelle Fiandre, manoscritti miniati importati da Firenze e un tesoro di antichità romane in costante espansione. Lo studiolo, una camera intima rivestita di pannelli intarsiati, era spesso citato dai visitatori per la sua esposizione di cultura umanistica, mentre le grandi sale del palazzo ospitavano banchetti elaborati e ricevimenti diplomatici. Tali testimonianze materiali sottolineano il duplice impegno dei Della Rovere verso la forza militare e il prestigio intellettuale.
Tuttavia, il passaggio dal dominio dei Montefeltro a quello dei Della Rovere fu caratterizzato da forti tensioni. I documenti conservati negli archivi ducali rivelano un periodo di instabilità, in cui pretendenti rivali e nobili locali scontenti contestarono la legittimità del nuovo regime. Le lettere scambiate tra le famiglie più importanti di Urbino e la corrispondenza con potenze esterne, come i Gonzaga di Mantova e gli Este di Ferrara, evidenziano la precarietà della posizione dei Della Rovere. Le prove suggeriscono che la lealtà fosse faticosamente assicurata attraverso una combinazione di concessioni, donazioni di terre e la minaccia sempre presente della sanzione papale. In alcuni casi, i cronisti riportano l'esilio dei nobili dissidenti e la ridistribuzione delle loro proprietà a sostenitori più docili.
I registri delle spese militari dell'epoca attestano la centralità delle forze armate nel mantenimento dell'autorità dei Della Rovere. Il ricorso della famiglia ai condottieri, capitani mercenari la cui mutevole fedeltà poteva determinare il destino di intere città, era sia una necessità che un rischio. I registri dei salari elencano i nomi dei soldati svizzeri, spagnoli e italiani al servizio della corte ducale, mentre i contratti con famosi comandanti come Bartolomeo d'Alviano illustrano fino a che punto i Della Rovere si spinsero per garantire la sicurezza dei confini di Urbino. I loro eserciti respinsero con successo le ripetute incursioni dei Malatesta di Rimini e contrastarono le ambizioni di Cesare Borgia, le cui campagne in Romagna minacciavano di coinvolgere tutta l'Italia centrale nella guerra.
La vita di corte a Urbino sotto i Della Rovere era caratterizzata da una deliberata ricerca della magnificenza. Le cronache contemporanee descrivono in dettaglio le processioni pubbliche in cui lo stemma della famiglia, una quercia, emblema di resistenza e radicamento, veniva portato in alto attraverso le tortuose strade della città. Tornei, giostre e feste religiose scandivano il calendario, fornendo sia spettacolo che un mezzo per rafforzare la legittimità del regime. La distribuzione di doni e l'organizzazione di elaborate cerimonie liturgiche servivano a proiettare un'immagine di stabilità e favore divino, anche se sotto la superficie covavano tensioni.
Gli storici hanno osservato che queste manifestazioni esteriori non erano mera vanità, ma strumenti essenziali nell'arsenale dei Della Rovere. I documenti di corte indicano che l'attenta gestione delle cerimonie e del mecenatismo favorì un senso di continuità dinastica, trasformando quella che un tempo era una famiglia di origine ligure nei sovrani indiscussi di uno dei ducati più illustri d'Italia. Il palazzo stesso, con la sua armoniosa combinazione di architettura difensiva e ornamenti umanistici, era la testimonianza della sintesi della famiglia tra il vecchio potere feudale e i nuovi ideali rinascimentali.
All'inizio del XVI secolo, i Della Rovere erano diventati una delle casate più potenti d'Italia. La loro combinazione di autorità ecclesiastica, potere militare e mecenatismo culturale li distingueva in un panorama affollato di dinastie ambiziose. Tuttavia, la corrispondenza sopravvissuta e i resoconti successivi suggeriscono che le pressioni della successione, la crescente invidia delle corti rivali e le correnti imprevedibili della politica italiana continuavano a minacciare le fondamenta del loro dominio.
Mentre la famiglia godeva del proprio potere consolidato, le prove indicano che si stavano gettando le basi sia per il trionfo che per i futuri disordini. Il palcoscenico era pronto per l'età dell'oro dei Della Rovere, un periodo in cui la loro influenza si sarebbe irradiata da Urbino e avrebbe lasciato un segno indelebile nel corso del Rinascimento italiano.