I Della Rovere entrarono nel XVII secolo con le loro fortune in bilico. La morte di Francesco Maria II della Rovere nel 1631, ultimo duca di Urbino, avrebbe segnato la fine della loro sovranità secolare, un declino causato dalle disgrazie dinastiche, dalle pressioni politiche e dai continui cambiamenti nelle strutture di potere italiane.
Verso la fine del XVI secolo, la posizione della famiglia era diventata sempre più precaria. I registri finanziari rivelano debiti crescenti, eredità del mecenatismo stravagante e delle spese militari che avevano caratterizzato le generazioni precedenti. La corte ducale, un tempo faro dello splendore rinascimentale, faticava a mantenere la sua antica opulenza. Gli inventari dei palazzi di Urbino e Pesaro, un tempo ricchi di bottini di guerra e delle migliori commissioni dell'epoca, divennero sempre più scarsi. I cronisti dell'epoca notano un palpabile senso di austerità, poiché la famiglia vendette terreni e opere d'arte di pregio per soddisfare i creditori. La vendita dei capolavori di Tiziano, un tempo orgoglio della collezione ducale, fu considerata dagli osservatori come simbolo di un più ampio declino culturale e politico.
Le riforme amministrative, un tempo segno distintivo del governo dei Della Rovere, vacillarono con il diminuire delle risorse. Le prove fornite dai libri contabili e dai registri di corte indicano che le cerimonie di corte e le feste religiose, un tempo sontuose, furono ridotte, con una drastica diminuzione della loro portata. Le sale del Palazzo Ducale, un tempo animate, divennero più silenziose; gli intricati arazzi sbiadirono poiché le riparazioni furono rinviate e gli abili artigiani cercarono lavoro altrove. I viaggiatori dell'epoca notarono il contrasto tra la grandiosità delle facciate dei palazzi ducali e la crescente austerità al loro interno.
La successione divenne la crisi più acuta. L'unico figlio legittimo di Francesco Maria II, Federico Ubaldo, morì nel 1623 all'età di diciotto anni, in circostanze che le fonti contemporanee descrivono come misteriose e forse legate a cattiva salute o avvelenamento. L'incertezza che circondava la morte di Federico Ubaldo alimentò voci e sospetti, alimentati da interessi rivali sia all'interno che all'esterno del ducato. Senza eredi maschi sopravvissuti, i Della Rovere rischiavano l'estinzione della linea maschile. I documenti di corte e la corrispondenza dell'epoca testimoniano i frenetici tentativi di garantire il futuro della dinastia, compresi appelli a parenti lontani e negoziazioni per matrimoni vantaggiosi, nessuno dei quali portò a risultati positivi. Recenti studi sottolineano il ritmo frenetico di questi sforzi, con il proliferare di contratti matrimoniali e rivendicazioni ereditarie nelle corti italiane, che tuttavia non riuscirono a modificare il destino della dinastia.
L'incombente minaccia di assorbimento da parte dello Stato Pontificio intensificò l'ansia della famiglia. I documenti papali mostrano che Roma, sempre attenta alle opportunità di rivendicare territori di valore, fece pressione per il ritorno di Urbino sotto il controllo diretto del Papa. La corrispondenza diplomatica conservata negli archivi vaticani rivela una pressione calcolata su Francesco Maria II, che sfruttava sia la crisi dinastica che l'indebitamento della famiglia. Il trattato del 1626, ratificato da Francesco Maria II, cedette formalmente la sovranità del ducato al Papa in cambio di una pensione e della conservazione di alcune proprietà. Il palazzo ducale, un tempo ricco delle più belle opere del Rinascimento, cominciò a svuotarsi man mano che i tesori venivano venduti o trasferiti a Roma. L'acquisizione da parte del Vaticano della collezione d'arte Della Rovere, che comprendeva opere di Raffaello e Piero della Francesca, è riportata negli inventari papali dell'epoca, segnando una perdita culturale oltre che politica per Urbino.
Il declino non fu solo politico o finanziario, ma anche personale e, a volte, brutale. Gli intrighi familiari, documentati nei rapporti degli ambasciatori e nei registri di corte, rivelano un clima di sospetto e recriminazione. Accuse di avvelenamenti, tradimenti e follia circolavano tra la nobiltà italiana. I rapporti dei diplomatici stranieri di stanza a Urbino descrivono una corte afflitta dal fazionalismo, con cortigiani rivali in lotta per ciò che restava dell'influenza. I Della Rovere, un tempo potenti, che avevano plasmato il destino di papi e principi, si trovarono ora afflitti da discordie interne e dall'inesorabile erosione della loro influenza. I cronisti della corte papale notarono il senso di schadenfreude tra le casate rivali, poiché l'ascesa dei Della Rovere era stata vendicata dal loro declino.
La cultura materiale di questo periodo riflette le mutevoli fortune della dinastia. Gli inventari elencano la dispersione della biblioteca ducale, la vendita di armature e argenteria e il graduale decadimento di tenute un tempo magnifiche. Il palazzo di Pesaro, un tempo vivace centro della vita di corte, cadde in rovina con il diminuire delle risorse della famiglia. Le indagini archeologiche e i resoconti dei restauri dell'era moderna hanno rivelato segni di abbandono: intonaco fatiscente, scuderie abbandonate e giardini un tempo maestosi ricoperti di erbacce. I visitatori contemporanei, tra cui artisti e studiosi, lasciarono descrizioni malinconiche di affreschi sbiaditi e gallerie chiuse, a testimonianza della rapida inversione di fortuna della dinastia.
Lo scioglimento del ducato nel 1631 segnò la fine ufficiale dei Della Rovere come casata regnante. Francesco Maria II, l'ultimo duca, si ritirò a vita privata, con la sua autorità ridotta a un'ombra del suo antico splendore. Lo Stato Pontificio assorbì Urbino e le terre rimanenti della famiglia furono divise o vendute. Le cronache dell'epoca registrano la scomparsa della dinastia con un misto di nostalgia e sollievo: nostalgia per lo splendore perduto di Urbino e sollievo per la conclusione di un capitolo lungo e spesso turbolento della storia italiana. Il trasferimento cerimoniale del potere, descritto nei registri liturgici dell'epoca, fu un evento sobrio, privo dello sfarzo che un tempo caratterizzava la corte dei Della Rovere.
Mentre la dinastia scompariva dalla scena, la sua eredità, luminosa e travagliata, rimase impressa nella pietra, sulla tela e negli annali del potere. Il ricordo del mecenatismo dei Della Rovere rimase vivo nel tessuto urbano di Urbino, nei suoi palazzi e nelle sue chiese, e nei capolavori ora sparsi nelle collezioni europee. La caduta dei Della Rovere preparò il terreno per l'emergere di nuovi poteri, ma la loro influenza duratura non sarebbe stata così facile da cancellare. La domanda su cosa potesse sopravvivere della loro visione e delle loro conquiste sarebbe rimasta aperta per le generazioni a venire, spingendo gli storici e i viaggiatori successivi a cercare tracce del loro mondo scomparso nella grandezza sbiadita dei loro antichi domini.
6 min readChapter 4