Back to Casata dei Premislidi
5 min readChapter 4

Declino

L'inizio del XVI secolo portò con sé una serie di crisi che avrebbero portato allo sgretolamento del dominio degli Sforza a Milano. I semi del declino, piantati durante l'età dell'oro della dinastia, ora davano frutti amari. Le cronache contemporanee e i rapporti diplomatici di questo periodo dipingono il ritratto di una famiglia afflitta sia da dissidi interni che dalle predazioni delle potenze straniere, con le loro fortune sconvolte da alleanze mutevoli e guerre incessanti.
L'evento cruciale nel declino della dinastia fu la conquista francese di Milano nel 1499. Ludovico Sforza, noto ai contemporanei come "Il Moro", era passato da reggente a duca e un tempo era stato l'arbitro degli affari italiani, con la sua corte che rappresentava il centro dello splendore rinascimentale. Tuttavia, come descrivono in dettaglio i dispacci militari e i documenti di corte dell'epoca, l'acume politico di Ludovico non riuscì a resistere alle ambizioni di Luigi XII di Francia. Il re francese, rivendicando un diritto ereditario, radunò una formidabile forza militare che invase la Lombardia. Le testimonianze delle cronache e della corrispondenza milanese rivelano i disperati tentativi di Ludovico di raccogliere sostegno: negoziati con l'imperatore del Sacro Romano Impero, l'assunzione affrettata di mercenari svizzeri e frenetici appelli ai suoi alleati dispersi. Questi sforzi, tuttavia, si rivelarono insufficienti. La cattura di Ludovico nel 1500, dopo un tentativo fallito di riconquistare Milano, segnò una catastrofe personale e dinastica. I resoconti dei cronisti milanesi descrivono il clima cupo che si diffuse nella città quando si diffuse la notizia della sua prigionia in Francia, i suoi ultimi anni trascorsi in reclusione un simbolo struggente del potere in declino della famiglia.
L'occupazione di Milano da parte delle forze francesi segnò l'inizio di una lunga lotta per il controllo. Per oltre trent'anni Milano sarebbe diventata un trofeo conteso tra potenze rivali, con il titolo ducale che passava alternativamente ai pretendenti francesi, spagnoli e imperiali. Gli archivi di Stato conservano una ricca corrispondenza diplomatica di questo periodo, che rivela la frustrazione e l'impotenza dei successivi eredi degli Sforza. Privati della loro base di potere ancestrale, i pretendenti Sforza si trovarono ridotti allo status di pedine, con il loro destino determinato in corti lontane piuttosto che nelle sale del consiglio di Milano. Gli inviati papali e gli agenti imperiali riferirono delle mutevoli fortune della famiglia, notando l'alternanza di restaurazione ed esilio mentre i sovrani stranieri imponevano la loro volontà sulla città.
In mezzo a questi sconvolgimenti, la coesione interna della famiglia Sforza si disintegrò. I registri genealogici e le cronache familiari indicano che la linea maschile legittima fu progressivamente indebolita da morti premature, assassinii e dalla proliferazione di rami rivali. L'omicidio di Galeazzo Maria Sforza, avvenuto decenni prima, aveva creato un precedente di intrighi e violenze, un modello che avrebbe continuato a minare la stabilità della dinastia. In particolare, Massimiliano Sforza, brevemente riportato sul trono ducale nel 1512 sotto la protezione delle armi svizzere, regnò su una corte ormai priva di prestigio e sicurezza. La sua abdicazione forzata nel 1515, imposta da un esercito francese in ripresa, sottolineò la fragilità delle pretese degli Sforza. Suo fratello, Francesco II Sforza, l'ultimo sovrano effettivo, riconquistò Milano nel 1521 con l'appoggio dell'imperatore Carlo V. Tuttavia, ereditò una città profondamente segnata da anni di guerre e intrighi politici.
I resoconti dei testimoni oculari e i documenti di corte del regno di Francesco II descrivono una città in declino. La grandiosità cerimoniale che un tempo aveva caratterizzato la corte degli Sforza - banchetti sontuosi, tornei elaborati all'ombra del Castello Sforzesco e commissioni ad artisti di fama - svanì con il diminuire delle risorse. Gli inventari e i documenti architettonici sopravvissuti illustrano la trasformazione del Castello Sforzesco da residenza sfarzosa a fortezza presidiata da truppe straniere. Il palazzo ducale, un tempo adornato dalle opere di Leonardo da Vinci e Bramante, divenne silenzioso con il declino del mecenatismo. I cronisti registrarono l'esaurimento della popolazione milanese, afflitta da ripetuti assedi, epidemie di peste e carestie. I mercati della città, un tempo fiorenti, descritti nella corrispondenza dei mercanti, si ridussero con il declino delle rotte commerciali e dell'industria tessile, impoverendo l'élite urbana che era stata la principale sostenitrice del potere degli Sforza.
Le conseguenze strutturali di queste crisi furono profonde. La dipendenza dalle forze mercenarie, che un tempo aveva permesso agli Sforza di ascesa, ora contribuiva all'instabilità. I registri militari e i verbali del consiglio comunale documentano come i soldati non pagati si dedicarono al saccheggio e alla ribellione, aggravando la miseria dei cittadini milanesi. L'indebolimento della posizione finanziaria della famiglia è evidente nei registri fiscali degli anni Venti e Trenta del Cinquecento, che mostrano un calo delle entrate e un aumento degli oneri a carico della popolazione. L'Ospedale Maggiore, istituzione di punta del mecenatismo caritatevole degli Sforza, faticava a mantenere la propria attività. I resoconti contemporanei lamentano l'incuria delle opere pubbliche e il degrado delle infrastrutture della città.
La vita culturale e intellettuale, che aveva prosperato nei decenni precedenti, appassì sotto queste pressioni. Lettere e trattati dell'epoca riportano la fuga di artisti, studiosi e artigiani alla ricerca di corti più sicure e prospere altrove. La dispersione dell'élite culturale milanese diminuì ulteriormente il prestigio della corte degli Sforza, lasciando le sue sale sempre più vuote e mettendo a repentaglio la sua eredità.
Alla morte di Francesco II Sforza nel 1535, senza figli e circondato da consiglieri stranieri, il destino della dinastia era ormai segnato. Senza eredi diretti, Milano passò per decreto imperiale nelle mani degli Asburgo. I cronisti dell'epoca osservarono la sostituzione degli stendardi degli Sforza in cima al Castello Sforzesco con le insegne dei nuovi signori, segno visibile della fine di un'era. Il nome Sforza, un tempo sinonimo di potere e ambizione, fu consegnato alla memoria e alla leggenda. Le analisi storiche del periodo indicano costantemente la convergenza di interventi stranieri, frammentazione dinastica, collasso economico e l'esaurimento di una città al centro dell'Europa rinascimentale come fattori critici del declino degli Sforza.
Così, con l'affermarsi del dominio asburgico, il lungo arco del dominio degli Sforza giunse definitivamente al termine. Tuttavia, l'eredità della loro ambizione, delle loro conquiste e delle loro tragedie sarebbe rimasta impressa nelle pietre di Milano e negli annali della storia italiana, lasciando un'eredità complessa su cui riflettere alle generazioni future.